Lo sciopero a Torino nel 1944.

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Frutto di ricerca storica. Mi sono avvalso nella consultazione dell'archivio storico fondazione Nenni.
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Testo: Lo sciopero a Torino nel 1944.
di Attila

Emerge tra le tante la figura di un uomo Filippo Acciarini che aderì giovanissimo al Psi. Abbandonò la famiglia in seguito ai contrasti con il padre per motivi politici. Con lo scoppio della prima guerra mondiale venne arruolato nel Genio ferrovieri. Al Congresso di Livorno del 1921 si batté contro la scissione comunista ed entrò a far parte della direzione del "Grido del popolo". Il Grido del popolo è stato un settimanale politico italiano, di orientamento socialista, attivo con alcune interruzioni dalla fine dell'Ottocento alla seconda guerra mondiale. Fondato il 24 luglio 1892 da un gruppo di operai tipografi disoccupati appartenenti all'Associazione tipografica torinese. Il 22 ottobre 1892 pubblicò il manifesto elettorale del Partito dei lavoratori italiani e riportò gli obiettivi del partito: «Conquista dei pubblici poteri; giornata lavorativa di otto ore; espropriazione delle terre incolte che devono esser affidate a collettività di lavoratori; indennità parlamentare; soppressione del debito pubblico; imposta progressiva. Assunse nel tempo le denominazioni "Periodico settimanale del Partito dei lavoratori italiani", "Giornale ufficiale del Partito dei lavoratori di Torino e provincia", "Organo regionale piemontese del Partito dei lavoratori italiani", "Organo dei socialisti piemontesi", "Periodico settimanale socialista", "Organo dei socialisti di Torino e provincia", "Organo della Federazione provinciale socialista”. Nel 1915,vi esordì Antonio Gramsci All'epoca, in tre stanze di un appartamento di Torino in corso Siccardi (oggi corso Galileo Ferraris), li si trovavano la sezione giovanile del Partito Socialista e le redazioni del Grido del popolo e l'edizione piemontese dell'Avanti! Ritorniamo alla figura di uno dei protagonisti di quella stagione di lotte per la libertà e l'emancipazione della classe lavoratrice, Acciarini nel 1923, dopo essere stato licenziato dalle Ferrovie,entrò a far parte della redazione dell’"Avanti!". Si schierò decisamente contro Serrati e i tentativi di liquidare il Psi con la fusione coi comunisti. In quegli anni fu autore di una accesa polemica con i comunisti e con Gramsci in particolare, sulla diversa concezione delle funzioni e dei rapporti dei sindacati operai.
Con l’avvento del fascismo Acciarini fu il segretario della Federazione socialista riorganizzata segretamente. Nel 1927 venne arrestato per sospetta attività sovversiva e successivamente rilasciato per insufficienza di prove. Nel 1930 trovò impiego presso la Società dei Telefoni e vi rimase fino al 1942. Nel 1943 entrò a far parte della direzione del Partito Socialista e, poi, ebbe l’incarico di curare l’edizione clandestina dell’'Avanti! di Torino. Filippo Acciarini partecipò attivamente all’organizzazione del grande sciopero dei lavoratori torinesi che si svolse nel marzo 1944. Il 28 febbraio 1944 le autorità nazifasciste annunciano la messa in ferie delle fabbriche cittadine per la mancanza di energia elettrica. Una manovra preventiva, attuata nel tentativo di scongiurare lo sciopero generale organizzato per il giorno seguente dagli operai torinesi. Questa manovra interessa una minima parte delle fabbriche cittadine, e il 1 marzo 1944 i lavoratori degli altri impianti incrociano le braccia: circa 60.000 operai si astengono dal lavoro.
La sera stessa il capo della provincia ordina la ripresa dell’attività, minacciando la chiusura degli stabilimenti, licenziamenti, perdita degli esoneri, arresti e deportazioni. Parole che cadono nel vuoto: il 2 marzo scioperano circa 70.000 lavoratori, supportati dai commercianti e da unità partigiane. Torino si ferma. Il 3 marzo la Fiat, seguendo una linea tracciata anche da altri industriali dimostratisi, salvo rare eccezioni, solidali con le forze nazifasciste, decreta la serrata degli stabilimenti.
Contemporaneamente, i vertici governativi inviano nelle fabbriche presidi armati. La protesta si protrae fino all’8 marzo, quando il Comitato di agitazione decide la ripresa del lavoro. La lotta, si estende successivamente in altre regioni del Nord, e assume un significato politico: tradurre sul piano della fabbrica la dichiarazione di guerra consegnata dall’antifascismo torinese al regime fascista. Al termine degli eventi si stringono le maglie della repressione nazifascista attraverso arresti, ritiri degli esoneri militari e deportazioni nei campi di concentramento tedeschi: circa 400 operai, 178 alla sola Fiat, sono prelevati in fabbrica e portati alla stazione di Porta Nuova, destinazione Mauthausen. Pochi di loro riescono a fare ritorno.
Filippo Acciarini che, come già detto, curava la stampa dell’"Avanti! clandestino torinese, fece un ampio resoconto sullo sciopero e che apparve sul numero 14 del marzo 1944 del giornale socialista. La mattina del 1° marzo 1944 a Torino, non tutti gli operai poterono recarsi al lavoro, perché, durante la notte erano stati fatti saltare i binari della ferrovia Cirié-Lanzo e della Torino-Brunasco. In molti stabilimenti gli operai raggiunsero i posti di lavoro, ma rimasero inattivi. Alla Fiat-Mirafiori, dove le maestranze erano circa 15.000 e in qualche altro stabilimento, commissioni di operai chiesero di conferire con le rispettive direzioni. Tale richiesta venne respinta. Stanchi di stare con le mani in mano durante l’ora della refezione, gli operai abbandonarono le officine senza bollare la cartolina d’uscita. Ciò si verificò alla Fiat Mirafiori, Lingotto, Spa, Aeronautica, Rivella, Zerboni, Cimati, Borselli, Zenith e alla Manifattura tabacchi dove venne fatta saltare la centrale elettrica. In quella prima giornata si ebbe una astensione attorno al 50 per cento. Il prefetto, d’accordo col Comando tedesco fece affiggere un manifesto nel quale era detto che se gli operai non riprendevano subito il lavoro, tutti gli stabilimenti sarebbero stati chiusi a tempo indeterminato; che le maestranze sarebbero state licenziate con la perdita di quanto era loro in credito e un determinato numero di operai sarebbe stato deportato; che agli esonerati sarebbe stato tolto l’esonero ed inviati ai corpi. A questa provocazione di pretta marca teutonica i lavoratori torinesi risposero astenendosi, con maggiore compattezza, del lavoro. Alle maestranze già in sciopero, si aggiunsero infatti, dal 2 marzo, anche quelle della Fiat Fonderie e Centro, della Microtecnica, della Spa, della Stipel e di parecchie altre di minore importanza. Gli industriali e le Direzioni non intervennero in alcun modo. Intimidazioni di diverso genere vennero da zelanti fascisti i quali sostenevano: "O lavorate, o verranno i tedeschi, con le armi, a farvi lavorare". Al terzo giorno lo sciopero venne effettuato anche dalle maestranze della Fiat-Grandi Motori, dalle Acciaierie, dalle Ferriere e dal Materiale ferroviario. In questa giornata, pure una discreta percentuale di tranvieri urbani aderì allo sciopero.
Alla fine del quarto giorno, il Comitato di agitazione del Psi, constatato il pieno successo del movimento e quindi della protesta che era riuscita solenne ed ammonitrice diramò l’ordine di ripresa del lavoro. "Lo sciopero – era scritto nel diffuso volantino dal Comitato d’agitazione del Psi – effettuato in questi quattro giorni allo scopo di protestare contro le autorità fasciste e naziste che, governando arbitrariamente l’Italia settentrionale, hanno instaurato un regime di miseria, di schiavitù e di terrore, che non ha precedenti nella storia, è riuscito una grandiosa dimostrazione di maturità classista e di compattezza disciplinata". Acciarini che aveva curato il resoconto di quel memorabile sciopero sull’"Avanti!" clandestino, non poté mai leggerlo, perché la Gestapo lo aveva arrestato, trasferito prima a Milano poi al campo di concentramento di Fossoli (Mo). Ai primi di agosto 1944, Acciarini venne deportato a Mauthausen, dove, in seguito alle crudeli privazioni e alle sevizie sofferte, morì il 1° marzo, 1945.
Lo sciopero a Torino nel 1944. testo di Attila
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